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Il gatto con gli stivali

di C. Perrault

 

 

 

U

           n mugnaio, morendo, non lasciò altra eredità ai suoi tre figliuoli che un mulino, un asino e un gatto.  Le divisioni perciò furono presto fatte, e non ci fu bisogno di chiamare né il notaio, né il procuratore.  Il maggiore si prese il mulino, il secondo l'asino e il più giovane dei fratelli dovette accontentarsi del gatto.  Il ragazzo però non poteva darsi pace per essere stato trattato cosi male e diceva tra sé :  "I miei fratelli potranno guadagnarsi la vita onestamente mettendosi in società; io invece, quando avrò mangiato il mio gatto e mi sarò fatto un colletto col suo pelo, dovrò rassegnarmi a morire di fame".

II Gatto, che aveva compreso ogni cosa, pur fingendo di non darsene per inteso, disse con aria seria e grave: "non tormentatevi così, padrone ! Procuratemi invece un sacco e un paio di stivali, perché io possa camminare tra gli sterpi del bosco, e vedrete che non siete stato cosi sfortunato nell’eredita’ come credete".

Sebbene il padrone del Gatto non facesse molto affidamento su quelle parole, tuttavia non disperò di ricevere da lui un po' d'aiuto nella sua miseria.  Quante volte infatti, lo aveva visto fare dei giochi di abilità per prendere i topi, ora lasciandosi penzolare e tenendosi per le zampe posteriori, ora nascondendosi nella farina fingendosi morto!
Allorché il Gatto ebbe ottenuto ciò che aveva chiesto, infilò gli stivali, si pose il sacco sulle spalle tenendone i cordoni con le due zampe davanti, e si diresse verso una riserva di caccia, dove si trovavano molti conigli selvatici…  Mise un po' di crusca e d'insalata nel sacco, e si stese a terra come se fosse morto, in attesa che qualche coniglietto giovane e poco esperto degli inganni di questo mondo, venisse a cacciarsi in quella trappola, spinto dalla voglia di mangiare ciò che il Gatto vi aveva astutamente posto dentro.   Si era appena sdraiato, che la sua trovata funzionò.  Nel sacco, infatti, era entrato un coniglietto !

Quel furbacchione di un gatto tirò alla svelta i cordoncini, poi prese la bestiolina e la uccise senza misericordia.  Tutto trionfante per la preda fatta, si recò dal Re e domandò di parlargli.
Lo fecero salire agli appartamenti di Sua Maestà; e qui il Gatto, fatta una grande riverenza al sovrano, disse:  "Sire, accettate questo coniglio, che vi manda il marchese di Carabas" (era questo un nome inventato li’ per li’ dalla fertile fantasia del nostro Gatto).

"Di' al tuo padrone" rispose il Re, "che lo ringrazio e che ho molto gradito il suo presente".

Un'altra volta il Gatto andò a nascondersi in mezzo al grano, e dispose sempre il sacco in modo che stesse aperto. Appena vi entrarono due pernici, tirò i cordoncini e le prese tutte e due.
Si recò nuovamente dal Re, come aveva fatto per il coniglio. Il sovrano gradi’ moltissimo anche questo regalo e fece dare una mancia all'insolito servitore.

Il Gatto continuò cosi per due o tre mesi a portare di quando in quando al Re la selvaggina che, come diceva lui, aveva cacciato il suo padrone.

Un giorno, avendo saputo che il Re doveva andare a fare una passeggiata in carrozza lungo la riva del fiume assieme alla figlia (che era la più bella Principessa del mondo), disse al padroncino:
"Se badate al mio consiglio, la vostra fortuna é fatta: andate a fare il bagno nel fiume, nel punto che io vi indicherò, e poi lasciate fare a me".
  Il marchese di Carabas fece quello che il Gatto gli aveva consigliato, senza sapere quale fosse lo scopo di tutto ciò.   Mentre era nell'acqua, il Re si trovò a passare da quelle parti, e il Gatto si mise a urlare con quanto fiato aveva in gola :  "Aiuto ! Aiuto ! Il marchese di Carabas sta annegando!"

A quel grido il Re mise fuori la testa dal finestrino, e, riconoscendo il Gatto che gli aveva portato tante volte la selvaggina, ordinò alle guardie di correre in aiuto del marchese di Carabas.
Intanto che il povero marchese veniva ripescato dal fiume, il Gatto si avvicinò alla carrozza e raccontò al Re che, mentre il suo padrone era nell'acqua, erano sopraggiunti dei ladri, che gli avevano rubato i vestiti, sebbene il poveretto si fosse affannato a gridare "al ladro! al ladro!"

(Invece era stato quel furbacchione del Gatto a nascondere gli abiti del padrone sotto una grossa pietra!).

Il Re ordinò immediatamente agli ufficiali addetti al suo guardaroba di andare a prendere uno dei suoi vestiti più belli per il marchese di Carabas.  Quando il giovane li ebbe indossati, si presentò al Re, e questi gli usò mille gentilezze.  Quegli abiti gli stavano veramente bene e mettevano in risalto la naturale bellezza dei suoi tratti e 1'eleganza della persona, tanto che la figlia del Re se ne senti subito attratta. Bastarono due o tre occhiate un poco tenere, perché la fanciulla se ne innamorasse perdutamente.

Il Re riprese la passeggiata interrotta e volle che il giovane salisse sulla carrozza e li accompagnasse. Il Gatto, felice di vedere che tutto procedeva secondo il suo disegno, andò avanti per conto suo…  Lungo la strada incontrò alcuni contadini che falciavano un prato e disse loro:  "buona gente che falciate l'erba, se non dite al Re, quando passerà di qui, che questo prato appartiene al marchese di Carabas, finirete tagliati a pezzettini come carne da polpette".

Tosto sopraggiunse il Re, che per l'appunto chiese ai contadini di chi fosse quel prato che stavano falciando. E quelli risposero in coro, spaventati dalle minacce del Gatto: "Del marchese di Carabas"!!!

"Avete una bella proprietà!" disse il Re al marchese.

"Come vedete, Sire" rispose il giovane, "é terra fertile, e tutti gli anni mi dà un ottimo raccolto".

L'astuto Gatto, che li precedeva sempre, incontrò alcuni mietitori e disse loro:  "buona gente che tagliate il grano, se non dite che queste messi appartengono al marchese di Carabas, finirete tagliati a pezzettini come carne da polpette".

Il Re, che passò di là subito dopo, volle sapere di chi fosse tutto quel grano che vedeva.  "È del marchese di Carabas" risposero i mietitori;  e il Re se ne rallegrò molto col giovane.

Il Gatto, che camminava sempre davanti alla carrozza, continuava a dire la stessa cosa a tutti quelli che incontrava lungo la strada;  cosi il Re non finiva più di meravigliarsi delle grandi ricchezze del marchese di Carabas.

Finalmente giunse a un bel castello di proprietà di un Orco, che era il più ricco che si fosse mai visto; infatti tutte le terre che il Re aveva percorso con la carrozza, erano in realta’ di sua proprietà.
Il Gatto, che aveva avuto precedentemente l'accortezza di informarsi su chi fosse quell'Orco e quali prodigi sapesse compiere, chiese di potergli parlare, dicendo che non aveva voluto passare così vicino al suo castello senza avere l'onore di venirgli a rendere omaggio. L'Orco lo ricevette con la buona grazia che può avere un Orco e lo fece accomodare affinche’ si riposasse.

Allora il Gatto prese a dire:  "Mi hanno assicurato che avete la capacità di mutarvi in ogni sorta di animali; che potete, per esempio, trasformarvi in leone oppure in elefante".

"È vero!" rispose l'Orco con fare brusco, "e per dimostrarvelo, diventerò un leone sotto i vostri occhi".  Il povero Gatto si spaventò talmente nel vedersi davanti quella bestia feroce, che si rifugiò sulle grondaie.  Dopo un po' pero’, avendo visto che l'Orco aveva ripreso le sue solite sembianze, si decise a scendere.

"Mi hanno anche assicurato" riprese a dire il Gatto, "ma io stento a crederci, che avete la facoltà di trasformarvi anche in un animale piccolissimo, come la talpa e il topo: vi confesso però che tutto ciò mi sembra davvero impossibile".

"Impossibile?" disse l'Orco.   "Ora vedrete!"

Cosi dicendo si mutò in un topolino e prese a correre sul pavimento della stanza.

Il Gatto, appena lo vide, si gettò come un lampo su di lui e ne fece un boccone.

In quel mentre il Re, che nel passare di là aveva notato il magnifico castello dell'Orco, volle entrare per visitarlo.  Il Gatto udendo il rumore della carrozza, che attraversava il ponte levatoio, corse incontro al Re e gli disse: "Vostra Maestà sia la benvenuta nel castello del marchese di Carabas!"

"Ma come, marchese!" esclamò il Re; "questo castello é dunque vostro? Non ho mai visto niente di più bello:  che eleganza ed armonia di linee, quale grandiosità e che splendidi giardini, visitiamone l'interno, se non vi dispiace", disse il Re.   Il marchese offrì la mano alla giovane Principessa e assieme seguirono il Re, il quale si era avviato per primo. Entrarono in una grande sala, dove trovarono pronta una magnifica colazione, che l'Orco aveva fatto preparare prima per se.

Il Sovrano fu conquistato dalle buone maniere del marchese di Carabas - che dire poi della figlia, che ne era innamoratissima - e vedendo la vastità dei suoi possedimenti, disse: "Dipende soltanto da voi marchese... se volete diventare mio genero!".
Il marchese si profuse in riverenze, accettò volentieri l'onore che il Re gli faceva e il giorno stesso sposò la Principessa.

Naturalmente il gatto rimase con gli sposi.

Ebbe un bel cuscino di seta accanto al fuoco, nella sala del trono durante l'inverno, ed una bella cuccetta sotto il pergolato d'estate.

Il figlio del mugnaio diventò dunque il marito della Principessa, ma siccome era un giovane onesto e sincero, non volle continuare ad ingannare la moglie ed il Re.  Raccontò come erano andate veramente le cose.  Spiegò per filo e per segno quello che aveva architettato il gatto, dalla prima fortunata caccia nel bosco al colpo maestro dell'uccisione dell'Orco, fino alla conquista del castello.

Liberato da questo peso, il marchese di Carabas visse felice con la sua sposa ed ebbe tanti figliuoli, che giocarono allegramente col gatto, per nulla meravigliati di vedergli indosso gli stivali!

Anch'essi divertendosi un mondo, ascoltarono la storia del cattivo Orco, trasformato in topino e divorato dal gatto.

 

 

 

CARATTERISTICHE PRINCIPALI

Il marchese di Carabas non puo’ che fidarsi del gatto, visto che lo ha ricevuto in EREDITA’. Essa simbolicamente rappresenta nuove aspettative inconsce di apertura a future prospettive. In fondo niente puo’ essere peggiore della situazione di poverta’ dell’inizio della fiaba.

Anziche’ il modello “O QUESTO, O QUELLO…” il gatto con gli stivali ha la facolta’ di creare il nuovo modello “E…. E…..”   Ossia da una disarmante situazione iniziale di miseria senza via d’uscita, dove l’unica cosa che il giovane puo’ fare con un gatto e’ mangiarselo e farci un colletto di pelo; il felino, incominciando a parlare al fanciullo, sancisce l’inizio di un’alleanza (del fanciullo stesso con la propria parte istintiva e intuitiva), che determinera’ positivamente tutte le vicende future, aprendo nuovi fronti d’azione.

CONNESSIONE CON LA NATURA, che tradotto vuol dire leggere tra le righe delle situazioni anche difficili, vedendo le cose da altre angolazioni per trarre sempre nuovi spunti.  Il gatto e’ tutto cio’ che e’ stato destinato al terzogenito.

Implicitamente cio’ significa che quest’ultimo e’ l’unico dei tre figli in grado di “riconoscere”  l’animale nel pieno del suo potenziale con tutto il suo bagaglio di forze istintive e intuitive.  A sua volta, sara’ proprio con il fanciullo e solo con lui, che il gatto iniziera’ a parlare, rivelando via via le sue capacita’.

Come parte della personalita’ del marchese di Carabas, il gatto rappresenta percio’ la sua stessa ISPIRAZIONE e CONNESSIONE A VISIONI PIU’ AMPIE che scavalcano (con i grandi stivali) gli ostacoli dell’indigenza e dell’apparente scarsita’ di risorse.

Infatti, quando siamo connessi riusciamo a cogliere le nostre ispirazioni e mettiamo in atto il motore che spinge il nostro POTENZIALE OLTRE AI LIMITI dei condizionamenti.

Limiti che nella fiaba sono espressi dal figlio del mugnaio che si vede povero e si domanda “cosa me ne faro’ di un gatto”? Egli esprime la sua semplice logica razionale, che si limita ad analizzare i fatti.

Conseguentemente non puo’ che ipotizzarli al peggio e senza alcuna prospettiva futura.

In questa fiaba il gatto, da bravo alleato interiore, non vuole la ricchezza per se, ma cerca in tutti i modi di finalizzarla al conseguimento del matrimonio del suo padrone, l’unione perfetta di maschile e femminile.

Pertanto il gatto vede e agisce secondo disegni piu’ ampi e proprio in tal senso questa e’ una FIABA MOLTO SPIRITUALE.  La stessa spiritualita’ dell’andare oltre il limite della semplice ragione, per raggiungere "il mare dell’indistinto", meta di ogni essere umano, espressa solitamente da frasi, come “vorrei essere sereno e felice”.

Con questi modi di dire e' come se volessimo rappresentare la ricerca dell’unita’ primordiale e implicitamente, la nostra divina provenienza.

In questa fiaba persino il DENARO E’ MOLTO SPIRITUALE, in quanto la ricerca di ricchezza materiale e prestigio (le terre, il castello dell’orco, etc) non e’ fine a se stessa, ma facendo parte del disegno piu’ ampio del gatto, costituisce la ricerca di una grande e profonda preziosita’ interiore, volta al conseguimento del matrimonio, che nelle fiaba completa e realizza il processo di individualizzazione, oltre al quale ci attende il raggiungimento dell’equilibrio perfetto nella perfetta unione cosmica: il ritorno al Divino che incomincia proprio dal “e vissero felici e contenti”.

La ricerca della ricchezza e lo sviluppo della preziosita’ interiore, traspare anche dal fatto inequivocabile che il gatto RISPETTA IL  SUO RUOLO pienamente, in quanto  servendo al massimo il suo padrone, rimane sempre perfettamente nei suoi ranghi di animale e di aiutante (L’ALLEATO INTERIORE).

Per tutta la vicenda pare che il gatto trasbordi il proprio ambito ad ogni mossa... e infatti egli ci rimanda il messaggio che, cosi’ scaltro com’e’, se avesse voluto, avrebbe potuto arricchire se stesso anziche’ il suo padrone.

… Ma a quale scopo?

Il nostro saggio gatto e’ perfettamente consapevole che, in quanto animale, per se stesso necessita solo di “un cuscino comodo accanto al fuoco” in inverno e “dell’ombra di un pergolato” in estate.

Egli sa perfettamente che per possedere queste cose, deve semplicemente contribuire alla prosperita’ e alla stabilita’ del suo padrone, che a sua volta, per infinita gratitudine, gliele garantira’.

Pertanto, ogni elemento in questa fiaba sta perfettamente al suo posto, nei propri ranghi e nel proprio RUOLO ben delineato, contribuendo al mantenimento dell’equilibrio della vicenda, fino al successo finale, sancito dalla prospera stabilita’ familiare.

Un'ulteriore, importantissimo aspetto: come piu' volte ribadito, le fiabe sono rappresentazione di frammenti dell'immaginario. L'immaginario ha come forza intrinseca qualcosa per noi fattibile in quanto immaginato. Non esiste azione che non sia stata anticipata a livello di immaginario (anche se solo a livello inconscio).

Il Gatto, per quasi tutta la fiaba, non fa che cercare di "portarsi avanti", di precedere gli altri e le loro vicende che poi lo seguiranno secondo nuovi stimoli imposti dall'animale stesso che, a sua volta li aveva previsti. Proprio in tal senso questa e' la fiaba dove l'immaginario che precede l'azione risiede all'interno dell'immaginario stesso che precede l'azione medesima.

Il Gatto sa sapientemente anticipare gli eventi prima che essi accadano:  egli e' un grande forgiatore di rappresentazioni fantastiche e conseguentemente di comportamenti. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   I musicanti di Brema

     dei F.lli Grimm

 

 

 (Monumento dedicato ai

  "Musicanti di Brema"

  Citta' di Brema - Germania)

 

U

           n uomo aveva un asino che per molti anni aveva portato assiduamente i sacchi al mulino, ma ormai le forze lo avevano abbandonato e non era più abile al lavoro.
Allora il padrone pensò di eliminare quella spesa, ma l’asino si accorse che per lui non tirava un buon vento. Così scappò e prese la strada per Brema.

Lì, pensava, avrebbe potuto far parte della banda municipale.
Quando ebbe fatto un tratto di strada, trovò un cane da caccia che giaceva sulla strada e ansimava come se fosse sfinito dalla corsa.
“Perché ansimi così?”, chiese l’asino.
“Ah,” disse il cane “sono vecchio e divento ogni giorno più debole e non posso più andare a caccia, il mio padrone voleva farmi fuori, allora me la sono data a gambe, ma come farò ora a guadagnarmi il pane?”
“Sai cosa ti dico?” disse l’asino, “Io me ne vado a Brema, e lì farò parte della banda, vieni con me e fatti assumere.  Io suonerò il liuto e tu i timpani.”
Il cane si disse contento e proseguirono. Non passò molto tempo e sulla strada trovarono un gatto che faceva una faccia lunga come tre giorni di pioggia.
“Ehilà, cosa ti è andato di traverso, vecchio Puliscibarbe?” chiese l’asino.
“Chi può essere contento se c’è in ballo la pelle?” rispose il gatto, “solo perché sono vecchio e i miei denti non sono più aguzzi e sto più volentieri dietro la stufa a far le fusa piuttosto che a dar la caccia ai topi, la mia padrona voleva annegarmi; ce l’ho fatta a scappare, ma ora sto qui a chiedermi dove devo andare”.
“Dai, vieni con noi a Brema, te ne intendi di serenate, così anche tu potrai far parte della banda cittadina.”  Al gatto parve una buona idea e andò con loro.
I tre fuggiaschi arrivarono davanti al cortile di una fattoria, sulla cui porta stava il gallo e gridava a squarciagola.
“Tu gridi da perforare il cervello!”, disse l’asino, “che ti prende?”
“Ho annunciato il bel tempo”, disse il gallo, “è il giorno in cui la Madonna ha lavato le camicine a Gesù Bambino e le vuole far asciugare. Ma poiché domani, che è festa, verranno ospiti, la padrona, senza misericordia, ha detto alla cuoca che vuol mangiare il lesso, così stasera mi dovrò far tagliare il collo. Ecco perchè grido a squarciagola fino a che avrò fiato”.
“Ehi, Testarossa”, disse l’asino, “piuttosto vieni con noi a Brema, qualcosa di meglio della morte la troverai di sicuro, hai una bellissima voce e se assieme faremo i musicanti, sarà sicuramente ben fatto.”
Al gallo la proposta piacque e tutti e quattro si rimisero per via. Ma in un sol giorno non ce la fecero ad arrivare a Brema, così, verso sera, giunsero in un bosco dove decisero di dormire.
L’asino e il cane si sdraiarono sotto un grosso albero, il gatto e il gallo salirono sui rami, il gallo fin su la cima dove si sentiva più sicuro.  Prima d’addormentarsi il gallo guardò ancora una volta in ogni direzione e gli parve di vedere in lontananza una lucetta. Chiamò i suoi compagni, non lontano da lì doveva esserci una casa, perché si vedeva una luce. L’asino disse: “Alziamoci e andiamo lì, qui l’alloggio è cattivo”.
Il cane pensò che un paio d’ossa con un po’ di carne non gli avrebbe fatto poi male. Allora si misero in cammino verso il luogo dove brillava la luce, che si faceva sempre più chiara, finché arrivarono a una ben illuminata casa di briganti.
L’asino, che era il più alto, s’avvicinò alla finestra e guardò dentro.
“Cosa vedi, Cavallo bigio?” domandò il gallo.
“Cosa vedo?” rispose l’asino, “una tavola apparecchiata con ogni ben di Dio e alla tavola stanno seduti i briganti e si danno al buon tempo.”
“Farebbe al caso nostro”, disse il gallo.
“Certo, se fossimo là dentro”, disse l’asino.
Così gli animali fecero consiglio per decidere come fare a cacciar fuori i briganti, e alla fine si decisero.  L’sino doveva appoggiarsi alla finestra con le zampe davanti, il cane salire sulla schiena dell’asino, il gatto arrampicarsi sul cane, e ultimo il gallo volò e si mise sulla testa del gatto.

Poi, a un segnale, cominciarono tutti assieme a dare il loro concerto: l’asino ragliava, il cane abbaiava, il gatto miagolava, e il gallo gridava il suo chicchirichì: poi tutti piombarono nella stube facendo tintinnare i vetri. I briganti, a quell’orrendo schiamazzo, balzarono in piedi, poiché avevano creduto che si trattasse di spiriti e fuggirono pieni di paura nel bosco.
I quattro compagni sedettero a tavola e si servirono di quello che era rimasto e mangiarono come se avessero dovuto patir la fame per un mese.
Quando i quattro musicanti ebbero terminato, spensero la luce e si cercarono un posticino per dormire a seconda della loro natura. L’asino si sdraiò sul letamaio, il cane dietro la porta, il gatto sul camino, accanto alla cenere calda e il gallo si appollaiò sulla trave maestra, e poiché erano stanchi dalla lunga strada, presto s’addormentarono.
Passata la mezzanotte i briganti videro da lontano che in casa non c’erano più luce e tutto pareva calmo. Allora il loro capo disse: “Non avremmo dovuto farci prendere dal panico” e mandò avanti uno ad esplorare.  Quello che avevano mandato trovò silenzio e pace, andò in cucina e voleva bere e poiché aveva scambiato gli occhi del gatto per due braci accese, vi accostò un fiammifero perché prendesse fuoco.
Ma al gatto non piacque lo scherzo e gli saltò in faccia, soffiando e graffiando.
Allora quello si spaventò terribilmente, fuggì e cercò di raggiungere la porta di dietro, ma il cane che era sdraiato proprio là, saltò su e lo morse ad una gamba, e quando passò davanti al letamaio, fuori nel cortile, l’asino gli mollò un bel calcio con le zampe di dietro, e il gallo che s’era svegliato a tutto quel baccano, dalla sua trave strillò il suo “chicchirichì”.
Allora il brigante corse più che poté e arrivò dal capo e gli disse: “In casa nostra c’è una terribile strega che mi ha soffiato e graffiato in viso, e accanto alla porta c’è un uomo con un coltello e me lo ha piantato in una gamba, nel cortile poi c’è un mostro nero che mi ha colpito con una mazza di legno, e su, sul tetto c’è il giudice che grida: “Qui il birbone – qui”. Così me la sono data a gambe.”
Da allora in poi i briganti non osarono più tornare a casa, dove i quattro musicanti di Brema si erano trovati tanto bene, al punto che non vollero abbandonarla più.

E così ci stanno ancora.
(“Chi per ultimo ve l’ha raccontata – a lui la bocca non s’è ancora freddata.”)

 

 

( Monumento dedicato ai

"Musicanti di Brema"

Citta' di Brema - Germania)

 

 

 

 

 

 

CARATTERISTICHE PRINCIPALI

I 4 personaggi inizialmente hanno un momento di abbattimento e quasi tendono a cedere, ma poi accettano di essere coinvolti e trascinati dal leader (l'asino) e anche dal loro stesso istinto che li porta a rendersi conto, forse inconsciamente, ma comunque spontaneamente, che la collaborazione tra loro e’ veramente importante.

L'umilta' e' proprio conseguenza fisiologica del riconoscimento e della gratitudine delle "risorse" altrui: l'asino che evidenzia le doti di ogni singolo animale che incontra.

L'umilta' e le sollecitazioni positive dell'asino (come un direttore d'orchestra) li induce implicitamente a diventare consapevoli delle proprie capacita'. Piu' questo avviene verso noi stessi, piu' sara' un processo spontaneo anche verso gli altri... a nostra volta.  E' proprio questo che fortifica la nostra capacita' di leadership (...anche noi quindi, come direttori d'orchestra). Ecco dunque il concerto dei nostri 4 eroi: finche' non si mette in pratica, cioe' passando all'azione, l'umilta' rimane solo una parola... quindi e' come se non esistesse.

Pertanto, per riconoscere le nostre e le altrui capacita' e' fondamentale l'umilta' (l'asino) e sapersela riconoscere anch'essa come talento.

Dietro alla propositivita' dell'asino ci sono proprio le caratteristiche che gli esseri umani proiettano su questo animale: l'ostinatezza che porta alla saggezza (umilta' e innocenza) e percio' alla soluzione delle cose.

I nostri personaggi sono creativi perche' sfruttano al massimo i loro talenti che, nelle situazioni estreme, fanno loro risolvere le cose e trovare le opportune soluzioni, oltre ovviamente alla possibilita' di fare sempre piu' chiarezza sui propri obiettivi.

Umilta', collaborazione, nutrimento reciproco, cooperazione, unione, talenti e risorse... questo e molto di piu' e' rappresentato (e sublimato dal banchetto dei nostri 4 eroi) da questa equilibrata, armoniosa e simpaticissima fiaba.

Essi, proprio per raggirare il male (i loro rispettivi padroni che adesso non li considerano piu') con la loro astuzia, devono collaborare.  Impareranno per forza di cose, ma spontaneamente, a collaborare, sfruttando ognuno le proprie risorse. Addirittura al punto da poter "spaventare il male" (i briganti: essi ci ricordano che quando si collabora si teme che i "soci" ci possano rubare qualcosa).

Fino a potersi rilassare e addormentare... come dire che proprio ora si sentono confermati e al sicuro nel proprio ruolo, nel senso di "ognuno al proprio posto giusto, nel momento giusto".

La consapevolezza del proprio ruolo fortifica la presenza, al punto che si e' protetti da qualsiasi attacco. Infatti quando si e' innocenti si e' implicitamente elevati al rango di umani e automaticamente al sicuro, in quanto necessari (per suonare nella banda del paese - come solo gli essere umani possono fare, appunto).

 

 

 

ALCUNI SUGGERIMENTI PER PROSEGUIRE IL LAVORO

   - parlare di se, con uso di metafore, rispetto ai punti piu’ importanti della fiaba;

- scrittura creativa e di scoperta rispetto ai temi sopra citati;

- mappa dei propri mentori;

- meditare su:  "Quali fatti, apparentemente casuali, ti hanno dato la prova di essere

  protetto da qualsiasi attacco?"

- In ultima analisi con queste fiabe e' bello potersi domandare: "le nostre risorse, se

  fossero animali, quali sarebbero?".  E ancora: "senti che c'e' la festa interiore e il

  banchetto interiore, quando metti in campo tutte le parti di te, al massimo del loro

  potenziale e della loro interazione possibile?"

 

 

 

 

 

 

 

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Grazie a tutti gli animali della Terra,

nostra Divina Essenza

fattasi compagna di viaggio

nella vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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